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Non identificarsi con le emozioni: una visione secondo la tradizione Gelugpa

  • Chiara
  • 17 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min


Nella tradizione buddhista gelugpa, fondata da Je Tsongkhapa, la comprensione della mente e delle emozioni non è lasciata a intuizioni vaghe: viene analizzata con estrema precisione. L’emozione non è qualcosa da reprimere né qualcosa che definisce chi siamo. È un evento mentale, un fenomeno condizionato e impermanente che sorge nella continuità della mente, ma non coincide con la natura della mente stessa.

Comprendere questa distinzione è essenziale per ridurre la sofferenza e sviluppare una visione più libera e stabile della nostra esperienza interiore.



La mente: chiara, cognitiva e non intrinsecamente inquinata

Nella prospettiva gelugpa, la mente ha una natura fondamentale:è chiara e capace di conoscere.

Le emozioni disturbanti (klesha) come rabbia, attaccamento, gelosia o paura non appartengono alla sua natura. Non sono difetti strutturali, ma oscuramenti temporanei. Sono come polvere che si posa su uno specchio: irritanti, ma non identiche allo specchio.

Se ci identifichiamo con la rabbia, pensiamo:“Io sono arrabbiata.”

La tradizione gelugpa direbbe invece che è più corretto affermare:“Nella mia mente è sorta una mente di rabbia.”

Non per gioco linguistico, ma per precisione ontologica: la mente primaria non è la rabbia; la rabbia è un fattore mentale che la colora momentaneamente.


Impermanenza e dipendenza: perché l’emozione non può essere il ‘sé’

Tsongkhapa spiega che ciò che è impermanente, mutabile, condizionato da cause e condizioni, non può essere un sé stabile.Le emozioni:

  • sorgono da cause (un tono di voce, un ricordo, un pensiero)

  • cessano quando cambiano le condizioni

  • si modificano di continuo

  • non sono controllabili a comando

Per questo, identificarci con esse significa attribuire loro una solidità che non possiedono. È un errore di percezione.

Il buddhismo chiamerebbe questo errore ignoranza fondamentale: scambiare ciò che è transitorio per qualcosa di intrinsecamente esistente.


Come nasce la sofferenza: il momento dell’“aggancio”

Nel pensiero gelugpa si parla del processo in tre passaggi:


  1. Sorge un’emozione disturbante (evento mentale condizionato).

  2. La mente vi si aggrappa, attribuendole un “io” e un “mio”.

  3. Da questo aggancio nasce sofferenza e azione non saggia.


Non è il primo momento – l’emozione che appare – a generare sofferenza.È il secondo: l’attaccamento all’emozione come identità.

Quando diciamo “sono ansiosa”, l’emozione assume una solidità che nella realtà non possiede. Quando invece vediamo che “in me sorge ansia”, la relazione diventa immediatamente più spaziosa e saggia.


L’osservatore: la consapevolezza che distingue senza giudicare

La mente analitica gelugpa non propone mai di ignorare o reprimere il vissuto emotivo.Propone di osservarlo con discernimento (shes rab, saggezza).

Il passo chiave è sviluppare la capacità di:


  • riconoscere l’emozione

  • distinguerla dalla mente che la conosce

  • vederne la natura impermanente

  • lasciarla cessare senza alimentarla


Questa osservazione consapevole non è passività.È la radice della libertà mentale.

È la differenza tra essere travolti da un’onda e riconoscere che l’onda sorge nell’oceano, non è l’oceano.


Perché non negarli: il ruolo delle emozioni nel cammino

Le emozioni disturbanti, secondo la tradizione gelugpa, non sono nemici ma indicatori.Mostrano i punti in cui l’ignoranza è ancora attiva.


  • La rabbia rivela dove c’è attaccamento a un’idea di “come dovrebbero andare le cose”.

  • La paura mostra dove crediamo in un sé vulnerabile e solido.

  • La gelosia indica un senso di mancanza relativo a un io separato.

  • La tristezza profonda spesso svela un attaccamento non visto.


Non vanno negate, vanno comprese.

La comprensione è ciò che le dissolve nella loro reale natura: fenomeni privi di esistenza intrinseca.


Il punto cruciale: la mente non è ciò che appare nella mente

Uno dei contributi più importanti di Tsongkhapa è la chiarezza sulla distinzione tra:


  • la mente come chiara capacità di conoscere, e

  • gli eventi mentali che la attraversano.


Confondere i due aspetti è la radice dell’identificazione emotiva.

Quando smettiamo di farlo, non diventiamo freddi: diventiamo liberi.


Conclusione: un sé meno solido, una mente più ampia

Nella prospettiva gelugpa, non identificarci con le emozioni non è un modo per allontanarci dalla vita.È un modo per viverla con saggezza, senza aggiungere sofferenza a ciò che già sorge per natura.

Le emozioni continueranno a emergere, come onde in un mare in movimento.Ma la mente che osserva, analizza e comprende rimane libera, chiara, stabile.

In quella chiarezza scopriamo una verità semplice e profonda:l’emozione appare, ma non ci definisce.La mente conosce, ma non si sporca.E il sé, quando visto con saggezza, si rivela molto più fluido di quanto credessimo.




 
 
 

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